Escatologia

Cosa accadrà alla vita individuale di ciascuno dopo la morte e cosa accadrà alla fine del mondo?

UNA NUOVA STAGIONE PER L'ESCATOLOGIA – Ecco cosa scrive il teologo Bruno Forte: "Maritain parlava di una stagione in cui l'attenzione alle cose ultime sembrava effettivamente scemata in confronto alle urgenze delle questioni "penultime". Mi sembra, però, che oggi non sia più così: c'è anzi uno straordinario ritorno di interesse alla questione del senso ultimo della vita e della storia, e quindi anche una rinnovata riflessione sui temi dell'escatologia. Oggi, agli inizi del terzo millennio, sembra che esso faccia delle ore straordinarie, e non solo come segno di debolezza, come alcuni propendono a pensare, ma come cifra di un nuovo bisogno di orizzonti credibili di significato, che non siano quelli totalitari e violenti delle ideologie, e che sfuggano alla seduzione annientante del nichilismo di moda".

COS'È L'ESCATOLOGIA? – L'escatologia è il discorso (lògos) riguardante le cose ultime (éschatos). Quando usiamo questa parola ci riferiamo quindi a quello che avverrà al momento finale della storia e al ritorno del Cristo. Questo termine ci fa rivolgere verso l'avvenire e si può dire, come afferma il teologo K. Rahner, che l'escatologia è il problema dell'avvenire. Un «futuro senza avvenire» è un nonsenso, una specie di condanna a morte. La giovinezza esercita un fascino particolare perché essa rappresenta l'avvenire, un avvenire che si spera infinitamente migliore del presente. Questo avvenire lo si sogna sotto la forma di un domani gioioso e lo si prepara anche con tutta la forza del proprio lavoro: tutti ci auguriamo che immetta nel presente stabile di una vita che non invecchia mai. Il nostro inseguimento dell'avvenire è, in definitiva, la ricerca di una fine che non sia un semplice termine, ma una meta pienamente raggiunta. In questo orientamento verso l'avvenire si nasconde un desiderio di qualcosa di definitivo, in altre parole di eterno. Questo solo può dare senso e valore ai poveri sforzi della nostra vita e all'amore che la percorre. Nel linguaggio cristiano, tutto questo movimento che porta l'uomo verso l'avvenire si chiama speranza, e la fede ci dice che in esso già risiede il dono di Dio.

I NOVISSIMI – Le realtà ultime, o novissimi (ultime cose), è il termine classico, nella teologia e nella predicazione cristiana, per designare le realtà che concernono il destino ultimo di tutta l'umanità alla fine del mondo e la sorte finale degli uomini dopo la loro morte. Fanno parte della predicazione delle realtà ultime i temi seguenti: la fine del mondo e il ritorno del Cristo, la risurrezione, il giudizio generale dell'umanità, ma anche la morte e il giudizio particolare di ciascuno, il paradiso, il purgatorio e l'inferno. Attualmente, in seguito al rinnovamento biblico, ci si serve anche della parola greca escatologia.

RITORNO ALL'ESCATOLOGIA CRISTIANA – Non è così lontano il tempo in cui voci autorevoli andavano affermando che l'uomo della società occidentale secolarizzata non è ormai più interessato alle questioni ultime sulla sua esistenza. In una prospettiva atea, l'orizzonte di senso, temporale e quindi provvisorio, creato dal lavoro quotidiano, dalla famiglia, dagli svaghi, eventualmente da impegni al servizio di una nobile causa, era ritenuto sufficiente per costituire la felicità a cui aspira ogni essere umano e persino a conferirgli tutto il suo valore e la sua grandezza morali. In correlazione con ciò, la predicazione cristiana sulle realtà ultime si è fatta più rara e ha lasciato il posto a un silenzio imbarazzato. Se forse un tempo la descrizione delle pene dell'inferno era posta fin troppo in primo piano, ora l'uomo adulto della società culturalmente avanzata non soltanto non è spavento, ma si comporta con derisione nei riguardi della fede.

LA FEDE NON È SOLO IMPEGNO SOCIALE – Per sfuggire al rimprovero mosso alla religione da Carl Marx di essere «l'oppio dei popoli», vale a dire di esortare alla sopportazione quaggiù al fine di ottenere la ricompensa nell'aldilà, la predicazione di questi ultimi decenni ha troppe volte insistito sulla necessità di trasformare la terra e sull'impegno cristiano nei compiti temporali per instaurare un mondo di giustizia e di promozione dell'uomo, dimenticando di fatto il destino eterno dell'uomo. Nel momento in cui l'uomo progredisce in modo spettacolare nel campo delle realizzazioni tecniche, egli vede sempre meno quale scopo dare alla propria esistenza, in particolare quale sia lo scopo definitivo capace di dargli delle ragioni per vivere.

IL CORAGGIO DI GUARDARE ALL'ETERNITÁ – L'uomo non può accontentarsi della sfera del temporale e del provvisorio; undesiderio di eternità pervade i suoi amori, le grandi scelte della sua vita, persino il suo lavoro e i suoi svaghi. Così, l'uomo del nostro tempo si ritrova stranamente religioso, ma di una religione che si rivolge ad espressioni primitive che vanno dall'astrologia o dalla magia, dall'esoterismo e dalla gnosi a una moltitudine di nuovi movimenti religiosi, persine di sètte o di gruppi venuti dall'Oriente. Vi si trovano tutte le gradazioni, da una ispirazione veramente religiosa al raggiro e allo sfruttamento degli ingenui. È in questo contesto che si deve collocare la nuova credenza nella reincarnazione, che mira a tappare un buco nel campo degli interrogativi senza risposta. Viviamo in un'epoca in cui si ha paura di parlare della morte, ma in realtà questo atteggiamento dimostra la paura di saper affrontare il problema del senso della vita.

MARIOLOGIA
Maria nel dogma e nella vita cristiana
«Se vogliamo essere cristiani, dobbiamo essere mariani, cioè dobbiamo riconoscere il rapporto essenziale, vitale, provvidenziale che unisce la Madonna a Gesù, e che apre a noi la via che a Lui ci conduce» (Paolo VI)
 
 
MARIA E I CRISTIANI – I cattolici, in quanto beneficiari di una tradizione religiosa basata sul Nuovo Testamento, avvertono lo straordinario legame che unisce Maria al Figlio e alla Chiesa, e che rende presente la redenzione di Cristo nel corso dei secoli. Anche gli ortodossi presentano una particolare devozione verso la Theotòkos, la «Madre di Dio», e la aèi Parthénos, la «sempre Vergine». I fratelli protestanti, nonostante il commento al Magnificat scritto da Lutero, rimangono spesso ancora scettici sulla importanza che la la Chiesa Cattolica ha attribuito a Maria nel corso dei secoli, benché anche molti teologi protestanti abbiano dato importanti contributi all'approfondimento di alcuni testi biblici mariani. Ben diverso è invece l'atteggiamento delle sètte dalle chiese protestanti e in particolare i Testimoni di Geova che si rivelano come accaniti e costanti denigratori di Maria.
LA MADONNA NEL DOGMA CATTOLICO – Pur essendo una creatura, la Madonna è al di fuori e al di sopra di tutte le persone sante, perché ha dato al mondo Gesù, l'autore della Vita, e si è inserita così, con un ruolo del tutto unico, nella storia della salvezza. È dunque per volontà divina che Maria si inserisce in quest'opera trinitaria della salvezza come elemento necessario, in quanto il Figlio di Dio si incarna per mezzo di lei. Maria, per dirla con Dante, è il «termine fisso d'eterno consiglio». È da questa singolare predestinazione divina che ha origine l'eccelsa grandezza di Maria; grandezza che si concretizza in grazia divina per lei, e in intercessione potente presso il suo Divin Figlio per noi.
LA COOPERAZIONE DI MARIA ALLA REDENZIONE – Con la sua missione del tutto unica, con i privilegi particolari che l'hanno abilitata a tale missione, cioè i quattro dogmi stabiliti dalla Chiesa, con la sua unione con Cristo nei momenti salienti della vita del suo Figlio, con la sua costante docilità al volere di Dio, Maria ha cooperato in un modo del tutto particolare e unico all'opera redentrice del Salvatore. Come afferma il Concilio Vaticano II «La beata Vergine, insieme con l'incarnazione del Verbo divino predestinata fino dall'eternità quale Madre di Dio, per disposizione divina della Provvidenza fu su questa terra l'alma madre del divino Redentore, compagna generosa del tutto eccezionale, e umile ancella del Signore. Col concepire Cristo, generarlo, nutrirlo, presentarlo al Padre nel tempio, soffrire col Figlio suo morente in croce, cooperò in modo del tutto speciale all'opera del Salvatore, con l'obbedienza, la fede, la speranza e l'ardente carità, per restaurare la vita soprannaturale delle anime. Per questo fu per noi madre nell'ordine della grazia» (Costituzione sulla Chiesa, n. 61). Così la Madonna, «umile ed alta più che creatura», ci si presenta tanto vicina a Cristo quanto vicina a noi, i redenti dal sangue di Cristo, la sua Chiesa nel tempo.
I DOGMI MARIANI – Vediamo ora più dettagliatamente quali sono i 4 dogmi mariani che sono stati formulati nel corso della storia: Madre di Dio, Sempre Vergine, Immacolata, Assunta in cielo.
MADRE DI DIO (431) – La dottrina di Maria Madre di Dio è stata definita dalla Chiesa nel Concilio Ecumenico di Efeso del 431. II titolo di «Madre di Dio» – o Theotòkos, genitrice di Dio – è il risultato di due affermazioni: la Madonna è vera Madre di Gesù; a sua volta Gesù è, nello stesso tempo, vero Uomo e vero Dio. Come vero Dio, cioè come seconda persona della Santissima Trinità, o «il Verbo», Gesù esiste da sempre («In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio » (Gv 1,1). Come vero Uomo, Gesù inizia la sua esistenza in un momento ben determinato della storia umana: «E il Verbo si fece carne, e venne ad abitare in mezzo a noi ; e noi vedemmo la sua gloria, come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). Notiamo che le due nature, quella divina e quella umana, non sono semplicemente giustapposte l'una all'altra, ma sono unite insieme, senza confusione, dalla persona di Gesù, che possiede sia la natura divina che la natura umana. Rileviamo che nell'espressione «Madre di Dio», «Dio» non sta ad indicare Dio Padre, ma Gesù Cristo il Verbo fatto Uomo, e che la Madonna non è la genitrice della divinità, ma della persona dell'Uomo-Dio.
SEMPRE VERGINE (649) – La perpetua verginità di Maria è il secondo dogma mariano definito dalla Chiesa. Che Maria abbia concepito Gesù in modo verginale, cioè senza concorso di uomo, è una verità attestata diffusamente sia da Matteo (1,18-25) che da Luca (1,26-38) nei rispettivi dell'infanzia. La perpetua verginità di Maria, attestata già dalla tradizione la più antica e dai simboli di fede, ha ricevuto la sua definizione dogmatica dal Concilio Laterano del 649, un concilio non ecumenico, ma che fu poi approvato dal papa Martino I. La definizione parla della verginità di Maria prima, durante e dopo il parto: «...ha concepito dallo Spirito Santo senza seme, e partorito senza corruzione, permanendo anche dopo il parto la sua indissolubile verginità...». Il testo della definizione non si sofferma su cosa sia consistita la verginità nel parto. Fino al IV secolo la tradizione ha parlato anche di un parto normale e nello stesso tempo verginale (cfr. Sant'Ireneo), in seguito divenne man mano opinione comune, fino ai nostri giorni, che si era trattato di un parto miracoloso. «Che Maria sia rimasta vergine (fisicamente e moralmente) nel parto, è una verità di fede. Che abbia partorito in modo miracoloso e che Gesù sia nato senza aprire il seno materno, è una rappresentazione del parto verginale che non appartiene alla fede e che non è stata imposta da dichiarazioni del magistero» (J. Galot, Nuovo Dizionario di Teologia, 1976). Molti oggi trovano una certa difficoltà di fronte a questo importante dogma, considerandolo inutile. In realtà i testi evangelici danno a tale concepimento un grande valore, non solo mariologico, ma anche cristologico: il Bambino che deve nascere non ha un padre terreno perché è stato generato dall'eternità dal Padre celeste. La concezione verginale non s'accompagna a una disistima per il matrimonio: sia Matteo che Luca infatti presentano la Madonna come fidanzata e la verginità di Maria come l'apertura massima all'azione dello Spirito Santo. La verginità feconda di Maria prefigura quella della Chiesa, che, mediante il Battesimo, genera continuamente nuovi figli; e diventa modello per alcuni figli e figlie della Chiesa che seguono Cristo, con cuore indiviso, nel celibato consacrato.
IMMACOLATA CONCEZIONE (1854) – Il dogma dell'Immacolata Concezione è il terzo della serie, definito da Pio IX l'8 dicembre 1854: «La beatissima vergine Maria, nel primo istante del suo concepimento fu preservata incolume da ogni macchia di peccato d'origine, a motivo di uno specialissimo privilegio di grazia dell'Onnipotente Dio, in vista dei meriti di Gesù Cristo, il Salvatore del genere umano». Quindi, anche la Madonna è stata redenta, ma nel modo particolare che le impedì di contrarre il peccato originale; mentre noi, al contrario, prima contraiamo il peccato originale e poi ne veniamo liberati mediante il Battesimo. Il Luca leggiamo «Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine promessa sposa ad un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei disse: "Ti saluto, o piena di grazia (kecharitomène), il Signore è con te"» (Lc 1,26-28). Nel rivolgersi alla Madonna, l'angelo sostituisce il nome proprio di Maria con un nome nuovo, cioè kecharitomène, ossia «piena di grazia». Si tratta di un participio perfetto passivo del verbo charìtòo, e i verbi greci in -òo sono dei «causativi» e indicano un'azione che realizza qualcosa nell'oggetto. Tornando al nostro caso, la radicale di charìtòo è chàrìs, e il verbo charìtòo esprime precisamente il cambiamento operato precisamente dalla chàrìs, cioè dalla grazia. Ora il participio perfetto – come appunto è kecharitomène – indica un'azione passata che è ancora presente nei suoi effetti; quindi Maria è stata mutata dalla grazia divina e lo è ancora attualmente. In altre parole, kecharitomène offre un ottimo fondamento e in positivo (piena di grazia) a ciò che è espresso con «Immacolata Concezione» in forma negativa (concepita senza macchia di peccato originale).
 
GLORIOSA ASSUNZIONE (1950) – È l'ultimo dogma mariano, proclamato da Pio XII, l'1 novembre 1950: «Maria, madre di Dio, immacolata e sempre vergine, dopo il termine del corso terreno della sua vita è stata assunta in corpo e anima nella gloria celeste». Nella definizione dogmatica non si precisa se la Madonna sia morta o no, ma solo che è stata assunta in corpo e anima nella gloria celeste. «La Madre di Gesù, come in cielo glorificata ormai nel corpo e nell'anima, è immagine e inizio della Chiesa che dovrà avere il suo compimento nell'età futura, così sulla terra brilla ora innanzi al pellegrinante popolo di Dio quale segno di sicura speranza e consolazione, fino a quando non verrà il giorno del Signore» (Costituzione Dogmatica sulla Chiesa, n. 68).
 
I SEGNI DEI TEMPI

Una società del niente

«L'indifferenza e il disinteresse a porsi la domanda sul senso della vita più ancora che la mancanza di un senso è la vera "malattia mortale" che pervade le diverse società europee di fine millennio». (Mons. Bruno Forte)

UN OCCIDENTE SENZA VALORI – Che oggi in Occidente sia in  atto una crisi di valori come raramente si è dato nella nostra storia, è un fatto che nessun osservatore, di qualsiasi estrazione culturale e politica, osa negare. Un pensatore di area comunista come Carlo Cardia afferma: «L'uomo nuovo che la civiltà del benessere sta plasmando, rischia di presentarsi come un uomo tanto ricco materialmente quanto spiritualmente e umanamente impoverito. E l'alienazione da opulenza si rivela doppiamente alienante. All'esterno, perché fondata su una diseguale distribuzione della ricchezza che genera emarginazione e abbandono dei più deboli. In interiore homine, perché potenzia in ciascuno la cupidigia dell'avere ma erode l'intimità dell'essere. Proteso a tutto avere e possedere, e inevitabilmente a violentare, l'uomo sazio ed egoista finisce col vedere restringersi quel nucleo di valori antropologici che costituisce la sua vera identità. Finisce cioè per piegare profondità di affetti e spirito comunitario al le esigenze del proprio egoismo. Per trasformare anche sesso e relazioni umane in strumenti di possesso, e non di rado di violenza. E insomma, per intraprendere la strada della sopraffazione che conduce allo sfruttamento degli altri, ma anche alla conclusiva solitudine propria» (da L'Unità del 23 maggio 1991). In due parole: erosione dell'essere e finale solitudine.

ALLA RICERCA DELLA FELICITÀ – In base ad un noto saggio di Erich Fromm, intitolato "Avere ed essere", il discorso moderno della felicità era solito ruotare appunto attorno alla contrapposizione tra avere ed essere, ossia alla contrapposizione di due progetti di uomo: o quello dell'avere, modello tipico della società industrializzata dei consumi basata su quel profitto che porta all'identificazione dell'esistenza umana con la categoria del possesso, o quello dell'essere, della realizzazione dei bisogni più profondi dell'uomo ed ha come presupposto la libertà e l'autonomia che finalizza gli sforzi alla crescita e all'arricchimento della propria interiorità. Il più illustre sociologo della postmodernità, il polacco Zygmunt Bauman, nel suo saggio "La società sotto assedio" annota come nella società attuale né avereessere contano un granché nei modelli di vita che vengono proposti come realizzanti per una vita felice. Il vero modello proposto è invece quello dell'usare. Se un tempo sia l'avere sia l'essere erano comunque legati ad una concezione della vita in cui i legami (con le cose o le persone) dovevano essere di lungo periodo, oggi il vortice della modernità stravolge radicalmente questa prospettiva. Tutto diventa effimero, labile, transitorio, "liquido", ed ogni investimento – sia in beni materiali che in modelli di vita – e ogni legame a lungo termine sembra rivelarsi del tutto anacronistico per l'attuale economia e modello sociale. L'attuale società capitalistica sembra oggi essersi modificata: non conta più tanto il possedere o il desiderare l'accumulo di cose materiali. Il consumismo di oggi si basa sul consumo di sensazioni piacevoli istantaneee e sulla speranza di sempre nuove sensazioni. Il trucco starebbe nel saper cogliere al volo ciascuna opportunità di piacere, consumarla sul posto, e tenersi subito pronti per cogliere la successiva. La stessa economia che regge il mercato sembra reggersi più su colpi di genio e sulla fugacità del successo che spunta dal nulla piuttosto che sulla costruzione di una impresa dalle fondamenta al tetto scegliendo i materiali più durevoli.

IL CONSUMISMO GENERA LA BANALIZZAZIONE – Come abbiamo visto, il consumismo vive senza passato e il futuro è visto come incerto e insicuro. Resta unicamente il presente. Gli stessi legami affettivi non sono più "per sempre" ma vengono portati avanti finché il sentimento e l'attrazione durano. Il progetto uomo si gioca dunque sul bordo del nulla: senza un passato e senza un futuro certo si perde la propria identità con i suoi valori e si finisce a navigare a vista, giorno dopo giorno, in un piccolo cabotaggio senza senso. Ne deriva la banalizzazione radicale della vita, al di là di ogni valore etico, e un forte senso di smarrimento e di solitudine. Anche valori come il sesso e l'amore diventano banalizzati, di consumo, rapidi, non impegnativi, senza troppe complicazioni sentimentali. Sono ormai molte le voci dei critici televisivi che accusano la nostra televisione di banalizzare tutto. Una delle forze banalizzatrici più forti è proprio l'audience, che altro non è che un sottoprodotto del consumismo e che la fa da padrone sui programmi televisivi. Il rischio, affermava il grande regista polacco Krzysztof Zanussi, è di diventare superficiali, di creare una cultura superficiale, anche se gradevole, che rende l'individuo incapace di cogliere i grandi valori e i grandi problemi e di impegnarsi in essi.

LA DERIVA NICHILISTICA DEI VALORI – Siamo nel cuore della «società radicale», dove il piacere è la ragione ultima del vivere e dove il nichilismo è il credo dominante. Disancorati dai punti cardini dell'esistenza umana, dai valori trascendenti, tutti gli altri valori vanno alla deriva, perdono smalto, senso, forza di richiamo. Nichilismo è dire: non c'è più nessun valore per cui valga la spesa di impegnarsi, non ci sono più verità totali, ma "frammenti" di verità, non più valori universali ma "frammenti" di valori: su queste bancherelle ognuno scelga quelle verità e quei valori che ritiene più convenienti alla sua situazione soggettiva, più adatti alla sua crescita e al suo benessere. E così vivrete felici e contenti. Siamo cioè allo scetticismo totale. Paolo Flores d'Arcais, pensatore ateo ed autore di un volume intitolato "Etica senza fede" in cui sostiene appunto la possibilità di una scelta etica dei valori, ovviamente laici a prescindere dalla fede cristiana e dall'aggancio a valori trascendenti, afferma: «Sotto gli auspici di un relativismo devastante e di un individualismo forsennato, l'Occidente è allo sbando; smarrito nell'arcipelago della mancanza di senso». Ed è esattamente su questo grigio panorama che insorge l'interrogativo terribile: ma allora la vita ha un senso?

LA DEPRESSIONE E ILSUICIDIO GIOVANILE – Mai come oggi i ragazzi denunciano questa solitudine che li fa gridare, anche se la solitudine è un fenomeno adolescenziale tipico che sfugge all'opinione pubblica e che invece è carico di enorme drammaticità. L'aumento della depressione giovanile è un tragica conseguenza di questa incertezza di valori. Sullo stesso terreno affonda le radici il suicidio giovanile. Ogni anno quasi 900mila persone muoiono per suicidio; nel 2000 sono morte così circa un milione di persone, 16 per 100mila nel mondo, una morte ogni 40 secondi. Il dato è dell'Organizzazione mondiale della salute e dell'Associazione Internazionale per la prevenzione del suicidio: negli ultimi 45 anni la percentuale dei suicidi è aumenta del 60% nel mondo e, ad oggi. Sempre econdo l'Oms, il suicidio è la prima causa di morte tra i giovani dai 15 ai 25 anni.

LE PAROLE DI GIOVANNI PAOLO II

Materialismo pratico e consumismo

In una nota intervista di André Frossard a Giovanni Paolo II, pubblicata nel volume "Non abbiate paura", il Santo Padre delinea alcuni concetti chiave per capire quali siano gli squilibri che portano l'uomo nella società di oggi ad essere perennemente inquieto. «L'uomo non è una "passione inutile", secondo la parola di Jean-Paul Sartre, ma un essere la cui profondità, percettibile attraverso quella breccia aperta sull'infinito, invoca e incontra un'Altra Profondità e trova in Essa la risposta alla sua inquietudine spirituale». Oggi però coloro che governano o sono in grado di manipolare l'opinione pubblica attraverso i mass-media poco si curano di questa dimensione trascendente, anzi, fanno di tutto per chiudere definitivamente queste aspirazioni.

Non c'è sempre necessariamente un partito ideologico all'origine di questo che è un vero e proprio materialismo pratico che si presenta in Occidente nella forma chiamata "della società dei consumi": «Questo si manifesta soprattutto sotto l'effetto degli impulsi o delle attrazioni che i valori materiali, sensuali o temporali producono su tutta la sfera della concupiscenza e dell'affettività. Questa azione immediata, diretta, non implica obbligatoriamente delle convinzioni filosofiche e nemmeno l'accettazione preliminare di una gerarchia di valori. Può accadere persino il contrario, poiché l'uomo è in se stesso diviso in tal modo che, secondo san Paolo, "commette il male che non vuole e non fa il bene che vorrebbe"».

Vi sono concezioni o programmi che utilizzano questo materialismo di fatto per convincere l'uomo che egli è un "essere compiuto", vale a dire definitivamente adattato alla struttura del mondo visibile, e che questo mondo è per lui l'unico sistema di riferimento, dal principio alla fine, sia che si tratti del campo del pensiero sia che si tratti della scala delle attività. Al di fuori di questa struttura sempre meglio conosciuta grazie alle innumerevoli discipline che la studiano, l'uomo non avrebbe presumibilmente via d'uscita. Gli si lascia la nozione di infinito nella matematica ma questo infinito non fa ancora alcun conto della "breccia" dello spirito che apre l'uomo dal lato dell'Assoluto: verità assoluta, bene assoluto, bellezza, insomma Essere. A tutto questo si è dichiarata una guerra senza pietà. Questa filosofia che Aristotele considerava come "la filosofia primaria" la si combatte più con l'omissione che con la discussione.

Così commenta Giovanni Paolo II: «Direi che è il pericolo di separare l'uomo dalla sua stessa profondità. Ritornando alla nozione di "immagine di Dio", si potrebbe parlare d'un tentativo di "assolutizzazione" di questa immagine, ciò che nella realtà porta solo alla rottura del legame esistenziale fra essa e il suo modello, alla alienazione, alla disumanizzazione, al lasciarsi inghiottire nel mondo delle cose. Direi ancora che è il pericolo di una "illusione fondamentale": quella dell'uomo che crede di essere diventato, grazie allo sviluppo esclusivo della civiltà materiale, maggiormente "padrone" del mondo visibile, addirittura "padrone del cosmo", senza accorgersi che nello stesso tempo si è reso lui stesso dipendente da questo mondo, si è sottomesso al potere delle energie liberate, diventa oggetto di molteplici manipolazioni contro le quali non può far niente, proprio perché ha consegnato totalmente al "mondo" la sua coscienza e la sua libertà. E il "mondo" si è impadronito di lui».

Fonte:http://holy.harmoniae.com/maria_dogma.htm  (Aldo Galli)