Libro IV
Iniziano i consigli
devoti per la Santa Comunione
Parola di Cristo
"Venite a me tutti, voi che siete
affaticati e oppressi; ed io vi ristorerò", dice il Signore (Mt 11,28).
"Il pane che io darò è la mia carne
per la vita del mondo" (Gv 6,52). "Prendete e mangiate, questo è il mio
corpo, che sarà dato per voi: fate questo in memoria di me" (1Cor 11,24).
"Chi mangia la mia carne e beve il mio
sangue rimane in me, ed io in lui" (Gv 6,57).
"Le parole che vi ho dette sono
spirito e vita" (Gv 6,64).
Capitolo I
CON QUANTA
VENERAZIONE SI DEBBA ACCOGLIERE CRISTO
Parola del discepolo
- O Cristo, verità eterna. Sono queste, parole
tue, anche se non pronunciate in un solo momento, né scritte in un sol
punto. E poiché sono parole tue, e veritiere, esse devono essere accolte
tutte da me con gratitudine e con fede. Sono parole tue, pronunciate da
te; ma sono anche mie, giacché le hai proferite per la mia salvezza. E
dalla tua bocca le prendo con gioia, per farle penetrare più
profondamente nel mio cuore. Parole di così grande misericordia, piene
di dolcezza e di amore, mi sollevano; ma mi atterriscono i miei peccati,
e la mia coscienza non pura mi impedisce di ricevere sì grandi misteri.
La dolcezza delle tue parole mi spinge, ma poi mi attarda il cumulo dei
miei difetti. Tu mi comandi di accostarmi a te con fiducia, se voglio
stare intimamente in te; tu mi comandi di ricevere il cibo
dell'immortalità, se voglio conquistare la vita eterna e la gloria.
"Venite tutti a me - dici - voi che siete faticati e oppressi, ed io vi
ristorerò" (Mt 11,28). Dolce all'orecchio del peccatore, e piena
d'intimità, questa parola; una parola con la quale tu, o Signore Dio
mio, inviti me, misero e povero, alla comunione del tuo corpo
santissimo.
- Ma chi sono io, o Signore, per
credermi degno di accostarmi a te? Gli immensi cieli non ti contengono,
e tu dici: "Venite a me tutti". Che cosa vuol dire una degnazione così
misericordiosa, un invito così pieno di amicizia? Come oserò venire, io
che so bene di non avere nulla di buono, per cui possa credermene degno?
Come ti farò entrare nella mia casa, io che molte volte ho offeso il tuo
volto tanto benigno? Gli angeli e gli arcangeli ti venerano; ti temono i
santi e i beati; e tu dici: "Venite tutti a me". Se non fossi tu a
dirlo, o Signore, chi lo crederebbe; e se non fossi tu a comandarlo, chi
avrebbe il coraggio di avvicinarsi? Ecco, Noè, uomo giusto, lavorò cent'anni
nella costruzione dell'arca, per trovare salvezza con pochi suoi; e come
potrò io, solo in un'ora, prepararmi a ricevere con religioso timore il
costruttore del mondo? Mosè, il servo tuo grande, a te particolarmente
caro, fece un'arca con legni non soggetti a marcire e la rivestì d'oro
purissimo, per riporvi le tavole della legge; ed io, putrida creatura,
oserò ricevere con tanta leggerezza te, autore della legge e datore
della vita? Salomone, il sapientissimo re d'Israele, costruì, con un
lavoro di sette anni, un tempio grandioso a lode del tuo nome; ne
celebrò la dedicazione con una festa di otto giorni e con l'offerta di
mille vittime pacifiche; e collocò solennemente, tra gioiosi suoni di
tromba, l'arca dell'alleanza nel luogo per essa predisposto. E come ti
introdurrò nella mia casa, io, infelice, il più miserabile tra gli
uomini; io che, a stento, riesco a passare devotamente una mezz'ora? E
fosse almeno, una volta, una mezz'oretta passata come si deve!
- O mio Dio, quanto si sforzarono di
fare costoro per piacerti! Ahimé! Come è poco quello che faccio io. Come
è breve il tempo che impiego quando mi preparo a comunicarmi: raramente
tutto raccolto; ancor più raramente libero da ogni distrazione. Mentre,
alla presenza salvatrice della tua essenza divina, non dovrebbe, di
certo, affacciarsi alcun pensiero non degno di te; ed io non dovrei
lasciarmi prendere da alcuna creatura, giacché sto per ricevere nella
mia casa, non un angelo, ma il Signore degli angeli. Eppure c'è un
abisso tra l'arca dell'alleanza, con le cose sante che custodisce, e il
corpo tuo purissimo, con la sua forza indicibile; tra i sacrifici legali
di allora, immagine dei sacrifici futuri, e il tuo corpo, vittima vera,
che porta a compimento tutti gli antichi sacrifici. Perché dunque non mi
infiammo di più alla tua adorabile presenza; perché non mi preparo con
cura più grande a nutrirmi della tua santità, quando quei santi
dell'Antico Testamento - patriarchi e profeti, e anche re e principi, in
unione con tutto il popolo - dimostrarono un così grande slancio devoto
verso il culto divino? Danzò il piissimo re Davide, con tutte le sue
forze, la danza sacra dinanzi all'arca di Dio, riandando col pensiero
alle prove d'amore date, in passato, da Dio ai patriarchi; apprestò
strumenti vari, compose salmi e li fece cantare in letizia, e più volte
cantò lui stesso sulla cetra, mosso dalla grazia dello Spirito Santo;
istruì il popolo d'Israele a lodare Iddio con tutto il cuore, a benedire
ed esaltare ogni giorno il nome di Dio, d'una sola voce. Se allora si
viveva in così grande devozione; se di quel tempo restò il ricordo delle
lodi date a Dio davanti all'arca dell'alleanza, quanta venerazione e
quanta devozione devono essere ora in me, e in tutto il popolo
cristiano, di fronte al sacramento e nell'atto di nutrirsi del corpo di
Cristo, cosa più di ogni altra sublime?
- Corrono molti, fino a luoghi
lontani, per vedere le reliquie dei santi e stanno a bocca aperta a
sentire le cose straordinarie compiute dai santi stessi; ammirano le
grandi chiese; osservano e baciano le sacre ossa, avvolte in sete
intessute d'oro. Mentre qui, accanto a me, sull'altare, ci sei tu, mio
Dio, santo dei santi, il creatore degli uomini e il signore degli
angeli. Spesso è la curiosità umana che spinge a quelle visite, un
desiderio di cose nuove, non mai viste; ma se ne riporta scarso frutto
di miglioramento interiore, specialmente quando il peregrinare è così
superficiale, privo di una vera contrizione. Mentre qui, nel sacramento
dell'altare, sei interamente presente tu, mio Dio, "uomo Cristo Gesù"
(1Tm 2,5); qui si riceve frutto abbondante di salvezza eterna, ogni
volta che ti accoglie degnamente e con devozione. Non una qualunque
superficialità, né la smania curiosa di vedere con i propri occhi, ci
porta a questo sacramento, ma una fede sicura, una pia speranza, un
sincero amore. O Dio, invisibile creatore del mondo, come è mirabile
quello che tu fai con noi; come è soave e misericordioso quello che
concedi ai tuoi eletti, ai quali offri te stesso, come cibo nel
sacramento. Sacramento che oltrepassa ogni nostra comprensione, trascina
in modo del tutto particolare il cuore delle persone devote e infiamma
il loro amore. Anche coloro che ti seguono con pia fedeltà, coloro che
regolano tutta la loro vita al fine del perfezionamento spirituale,
ricevono spesso da questo eccelso sacramento aumento di grazia nella
devozione e nell'amore della virtù. Mirabile e nascosta, questa grazia
del sacramento, che soltanto i seguaci di Cristo conoscono, mentre non
la sentono coloro che non hanno la fede e sono asserviti al peccato. In
questo sacramento è data la grazia spirituale, è restaurata nell'anima
la virtù perduta e torna l'innocenza, che era stata deturpata dal
peccato. Tanto grande è talora questa grazia che, per la pienezza della
devozione conferita, non soltanto lo spirito, ma anche il fragile corpo
sente che gli sono state date forze maggiori.
- Rammarichiamoci altamente e
lamentiamo la nostra tiepidezza e negligenza, poiché non siamo tratti da
un ardore più grande a ricevere Cristo, nel quale consiste tutta la
speranza e il merito della salvezza. E' lui, infatti, "la nostra
santificazione e la nostra redenzione" (1Cor 1,30); è lui il conforto di
noi che siamo in cammino; è lui l'eterna gioia dei santi.
Rammarichiamoci, dunque, altamente che tanta gente si renda così poco
conto di questo mistero di salvezza, letizia del cielo e fondamento di
tutto il mondo. Cecità e durezza del cuore umano, non curarsi
maggiormente di un dono così grande, o, godendone tutti i giorni, finire
persino col non badarvi! Se questo sacramento santissimo si celebrasse
soltanto in un certo luogo, e fosse consacrato da un solo sacerdote in
tutto il mondo, pensa da quale desiderio sarebbero tutti presi di andare
in quel luogo, a quel sacerdote, per veder celebrare i divini misteri.
Ma, ecco, i sacerdoti sono moltissimi, e Cristo viene immolato in molti
luoghi; e così quanto più è diffusa nel mondo la sacra comunione, tanto
più è manifesta la grazia e la carità di Dio verso l'uomo. Che tu sia
ringraziato, o Gesù buono, pastore eterno, che con il tuo corpo prezioso
e con il tuo sangue ti sei degnato di ristorare noi poveri ed esuli,
invitandoci a ricevere questi misteri con queste parole, uscite dalla
tua stessa bocca: "venite tutti a me, voi che siete faticati ed
oppressi, ed io vi ristorerò" (Mt 11,28).
Capitolo II
NEL SACRAMENTO SI
MANIFESTANO ALL'UOMO LA GRANDE BONTA' E L'AMORE DI DIO
Parola del discepolo
- O Signore, confidando nella tua bontà e nella
tua grande misericordia, mi appresso infermo al Salvatore, affamato e
assetato alla fonte della vita, povero al re del cielo, servo al
Signore, creatura al Creatore, desolato al pietoso mio consolatore. Ma
"per qual ragione mi è dato questo, che tu venga a me?" (Lc 1,43). Chi
sono io, perché tu ti doni a me; come potrà osare un peccatore di
apparirti dinanzi; come ti degnerai di venire ad un peccatore? Ché tu lo
conosci, il tuo servo; e sai bene che in lui non c'è alcunché di buono,
per cui tu gli dia tutto ciò. Confesso, dunque, la mia pochezza,
riconosco la tua bontà, glorifico la tua misericordia e ti ringrazio per
il tuo immenso amore. Infatti non è per i miei meriti che fai questo, ma
per il tuo amore: perché mi si riveli maggiormente la tua bontà, più
grande mi si offra il tuo amore e l'umiltà ne risulti più perfettamente
esaltata. Poiché, dunque, questo ti è caro, e così tu comandasti che si
facesse, anche a me è cara questa tua degnazione. E voglia il Cielo che
a questo non sia di ostacolo la mia iniquità.
- Gesù, pieno di dolcezza e di
benignità, quanta venerazione ti dobbiamo, e gratitudine e lode
incessante, per il fatto che riceviamo il tuo santo corpo, la cui
grandezza nessuno può comprendere pienamente. Ma quali saranno i miei
pensieri in questa comunione con te, in questo avvicinarmi al mio
Signore; al mio Signore che non riesco a venerare nella misura dovuta e
che tuttavia desidero accogliere devotamente? Quale pensiero più
opportuno e più salutare di quello di abbassarmi totalmente di fronte a
te, esaltando, su di me la tua bontà infinita? Ti glorifico, o mio Dio,
e ti esalto in eterno; disprezzo me stesso, sottoponendomi a te, dal
profondo della mia pochezza. Ecco, tu sei il santo dei santi, ed io una
sozzura di peccati. Ecco, tu ti abbassi verso di me, che non sono degno
neppure di rivolgerti lo sguardo. Ecco, tu vieni a me, vuoi stare con
me, mi inviti al tuo banchetto; tu mi vuoi dare il cibo celeste, mi vuoi
dare da mangiare il pane degli angeli: nient'altro, veramente, che te
stesso, "pane vivo, che sei disceso dal cielo e dai la vita al mondo (Gv
6,33.51). Se consideriamo da dove parte questo amore, quale degnazione
ci appare; quanto profondi ringraziamenti e quante lodi ti si debbono!
- Quanto fu utile per la nostra
salvezza il tuo disegno, quando hai istituito questo sacramento; come è
soave e lieto questo banchetto, nel quale hai dato in cibo te stesso!
Come è ammirabile questo che tu fai; come è efficace la tua potenza e
infallibile la tua verità. Infatti, hai parlato "e le cose furono" (Sal
148, 5); e fu anche questo sacramento, che tu hai comandato. Mirabile
cosa, degna della nostra fede; cosa che oltrepassa la umana comprensione
che tu, o Signore Dio mio, vero Dio e uomo, sia tutto sotto quella
piccola apparenza del pane e del vino; e che tu sia mangiato senza
essere consumato. "Tu, o Signore di tutti", che, di nessuno avendo
bisogno, hai voluto, per mezzo del Sacramento, abitare fra noi (2 Mac
14,35), conserva immacolato il mio cuore e il mio corpo, affinché io
possa celebrare sovente i tuoi misteri, con lieta e pura coscienza; e
possa ricevere, a mia salvezza eterna, ciò che tu hai stabilito e
istituito massimamente a tua glorificazione e perenne memoria di te.
- Rallegrati, anima mia, e rendi
grazie a Dio per un dono così sublime, per un conforto così
straordinario, lasciato a te in questa valle di lacrime. In verità, ogni
qualvolta medito questo mistero e ricevi il corpo di Cristo, lavori alla
tua redenzione e ti rendi partecipe di tutti i meriti di Cristo. Mai non
viene meno, infatti, l'amore di Cristo; né si esaurisce la grandezza
della sua intercessione. E' dunque con animo sempre rinnovato che ti
devi disporre a questo Sacramento; è con attenta riflessione che devi
meditare il mistero della salvezza. E quando celebri la Messa, o
l'ascolti, ciò deve apparirti un fatto così grande, così straordinario e
così pieno di gioia, come se, in quello stesso giorno, scendendo nel
seno della Vergine, Cristo si facesse uomo, patisse e morisse pendendo
dalla croce.
Capitolo III
UTILITA' DELLA
COMUNIONE FREQUENTE
Parola del discepolo
- Ecco, io vengo a te, o Signore, per trarre
beneficio dal tuo dono e ricevere allegrezza al banchetto santo, "che,
nella tua bontà, o Dio, hai preparato al misero" (Sal 67,11). Ecco,
quanto io posso e debbo desiderare sta tutto in te; tu sei la mia
salvezza, la redenzione, la speranza, la fortezza, la maestà e la
gloria. "Ricolma dunque oggi di letizia l'anima del tuo servo, perché, o
Signore Gesù, a te ho innalzato l'anima mia" (Sal 85,4). Ardentemente
desidero ora riceverti, con devozione e venerazione; desidero introdurti
nella mia casa, per meritare, come Zaccheo, di essere da te benedetto e
di essere annoverato tra i figli d'Abramo. L'anima mia ha fame del tuo
corpo; il mio cuore arde di farsi una cosa sola con te. Dammi in dono te
stesso, e mi basta; poiché non c'è consolazione che abbia valore, fuori
di te. Non posso stare senza di te; non riesco a vivere senza la tua
presenza. E così occorre che io mi accosti frequentemente a te,
ricevendoti come mezzo della mia salvezza. Che non mi accada di venir
meno per strada, se fossi privato di questo cibo celeste. Tu stesso, o
Gesù tanto misericordioso, predicando alle folle e guarendo varie
malattie, dicesti una volta: "non li voglio mandare alle loro case
digiuni, perché non vengano meno per strada" (Mt 15,32). Fa', dunque, la
stessa cosa ora con me; tu, che, per dare conforto ai fedeli, hai
lasciato te stesso in sacramento. Sei tu, infatti, il soave ristoro
dell'anima; e chi ti mangia degnamente sarà partecipe ed erede della
gloria eterna. Poiché, dunque, io cado tanto spesso in peccato, e
intorpidisco e vengo meno tanto facilmente, è veramente necessario che,
pregando, confessandomi frequentemente e prendendo il santo cibo del tuo
corpo, io mi rinnovi, mi purifichi e mi infiammi; cosicché non avvenga
che, per una prolungata astinenza, io mi allontani dal mio santo
proposito. In verità, "i sensi dell'uomo, fin dall'adolescenza, sono
proclivi al male" (Gn 8,21); tosto egli cade in mali peggiori, se non lo
soccorre la medicina celeste. Ed è appunto la santa Comunione che
distoglie l'uomo dal male e lo rafforza nel bene. Che se ora sono così
spesso svogliato e tiepido nella Comunione o nella celebrazione della
Messa, che cosa sarebbe di me, se non prendessi questo rimedio e non
cercassi un così grande aiuto? Anche se non mi sento sempre degno e
pienamente disposto a celebrare, farò in modo di ricevere, in tempi
opportuni, questi divini misteri e di rendermi partecipe di una grazia
così grande. Giacché la principale, anzi l'unica, consolazione
dell'anima fedele - finché va peregrinando, lontana da te, entro il
corpo mortale - consiste proprio in questo, nel ricordarsi
frequentemente del suo Dio e nel ricevere, in spirito di devozione, il
suo diletto.
- Oh!, meravigliosa degnazione della
tua misericordia verso di noi, che tu, Signore Dio, creatore e
vivificatore di tutti gli spiriti celesti, ti abbassi a venire in questa
anima poveretta, saziando la sua fame con la tua divinità e insieme con
la tua umanità. Felice quello spirito, beata quell'anima che merita di
ricevere devotamente te, Signore e Dio, colmandosi in tal modo di gioia
interiore. Quale grande signore essa accoglie; quale amato ospite, qual
piacevole compagno riceve; quale fedele amico accetta; quale nobile e
bello sposo essa abbraccia, degno di amore più di ogni persona cara e di
ogni cosa che si possa desiderare. Tacciano dinanzi a te, o dolcissimo
mio diletto, il cielo e la terra, con tutte le loro bellezze; giacché
dalla degnazione della tua munificenza cielo e terra ricevono quanto
hanno di grande e di nobile, pur non arrivando essi alla grandezza del
tuo nome, "immenso nella sua sapienza" (Sal 146,5).
Capitolo IV
MOLTI SONO I
BENEFICI CONCESSI A COLORO CHE SI COMUNICANO DEVOTAMENTE
Parola del discepolo
- Signore Dio mio, "con la dolcezza delle tue
benedizioni" (Sal 20,4) vieni in soccorso a me, tuo servo, affinché io
possa accostarmi degnamente e devotamente al tuo grande sacramento.
Muovi il mio cuore verso di te e scuotimi dal mio grande torpore. "Vieni
a me con la tua forza salvatrice" (Sal 105,4), cosicché io possa gustare
in ispirito la tua dolcezza, insita tutta in questo sacramento, quasi
sua fonte. Apri i miei occhi, cosicché io possa intravvedere un così
grande mistero; dammi la forza di credere in esso, con fede sicura.
Tutto ciò è infatti opera delle tue mani, non opera dell'uomo; tua sacra
istituzione, non invenzione umana. Quindi non v'è alcuno che possa da sé
solo comprendere pienamente queste cose, che superano anche
l'intelligenza degli angeli. Ed io, indegno peccatore, polvere e cenere,
come potrò mai sondare e comprendere, un così profondo e santo mistero?
O Signore, nella semplicità del mio cuore, in pienezza e sicurezza di
fede e in adesione al tuo comando, mi accosto a te con sentimenti di
speranza e di devozione: credo veramente che tu sia presente qui nel
Sacramento, Dio e uomo. Tu vuoi che io ti accolga in me, in unione
d'amore. Perciò domando alla tua clemenza ed imploro il dono di questa
grazia speciale, di essere totalmente immedesimato in te, in
sovrabbondanza d'amore e di non più ricercare altra consolazione.
Giacché questo Sacramento, così alto e prezioso, è salvezza dell'anima e
del corpo e rimedio ad ogni infermità dello spirito. Per mezzo di questo
Sacramento vengono curati i miei vizi; le passioni sono frenate; le
tentazioni sono sconfitte o almeno diminuite; viene aumentata la grazia,
rafforzata la virtù cui si è posto mano, rinsaldata la fede, rinvigorita
la speranza e l'amore fatto più ardente e più grande.
- O mio Dio, "tu che innalzi l'anima
mia" (Sal 53,6), e ripari all'umana fragilità con il dono di ogni
consolazione interiore, tu hai concesso e ancora spesso concedi nel
Sacramento grandi benefici ai tuoi diletti che devotamente si
comunicano. Tu infondi in essi grande conforto nelle varie tribolazioni,
innalzandoli dal fondo della loro prostrazione alla speranza del tuo
aiuto; tu li ricrei interiormente e li fai risplendere con una grazia
rinnovata. Così, mentre prima della Comunione si sentivano angosciati e
privi d'amore, poi, ristorati dal cibo e dalla bevanda celeste, si
trovano trasformati e migliori. E questo tu fai generosamente con i tuoi
eletti, affinché essi conoscano in verità, ed esperimentino chiaramente,
quanto siano deboli per se stessi e quale bontà e grazia ottengano da
te. Giacché, per se stessi, sono freddi, duri e mancanti di devozione;
invece, per tuo dono, sono fatti degni di essere fervorosi, alacri e
pieni di devozione. Chi mai, essendosi accostato umilmente alla fonte
stessa della soavità, non riporta anche solo un poco di dolcezza; chi
mai, stando accanto a un grande fuoco, non ne risente un po' di calore?
Ora, tu sei la fonte sempre piena, straboccante; tu sei il fuoco sempre
vivo, che mai non si estingue. Perciò, anche se non posso attingere alla
pienezza di questa fonte e bere a sazietà, metterò ugualmente la bocca
all'orlo della celeste cannella, per prendere almeno una piccola goccia,
a saziare la mia sete, onde non inaridire del tutto. Anche se non posso
essere ancora nella pienezza della beatitudine celeste, né posso essere
ardente come un cherubino o un serafino, mi sforzerò tuttavia di
perseverare nella devozione e di predisporre l'anima mia ad impadronirsi
di una, sia pur piccola, fiamma del divino incendio, nutrendosi
umilmente al sacramento della salvezza. A quello che mi manca, supplisci
tu, con benignità e misericordia, o buon Gesù, salvatore santissimo; tu
che ti sei degnato di chiamare tutti a te, dicendo: "venite a me voi
tutti che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò (Mt 11,28).
In verità io mi affatico, e suda il mio volto; il mio cuore è tormentato
da sofferenze interiori; sono oppresso dai peccati, legato e schiacciato
da molte passioni perverse. "E non c'è nessuno che possa aiutarmi" (Sal
21,12), non c'è nessuno "che possa liberarmi e soccorrermi" (Sal 7,3),
all'infuori di te, "Dio mio salvatore" (Sal 24,5), al quale affido me
stesso e ogni mia cosa, perché tu mi custodisca e mi conduca alla vita
eterna. Accettami a lode e gloria del tuo nome; tu che hai apprestato il
tuo corpo e il tuo sangue quale cibo e bevanda. O "Signore Dio, mia
salvezza" (Sal 26,9), fa' che nella dimestichezza del tuo mistero
s'accresca lo slancio della mia devozione.
Capitolo V
GRANDEZZA DEL
SACRAMENTO E CONDIZIONE DEL SACERDOTE
Parola del Diletto
- Anche se tu avessi la purezza degli angeli e
la santità di San Giovanni Battista, non saresti degno di ricevere o
anche solo di toccare questo sacramento. Non dipende infatti dai meriti
degli uomini che si consacri e si tocchi il sacramento di Cristo, e ci
si nutra del pane degli angeli. Grande è l'ufficio, grande la dignità
dei sacerdoti, ai quali è dato quello che non è concesso agli angeli;
giacché soltanto i sacerdoti, ordinati regolarmente nella Chiesa, hanno
il potere di celebrare e di consacrare il corpo di Cristo. Il sacerdote,
invero, è servo di Dio: si vale della parola di Dio, per comando e
istituzione di Dio. Nel sacramento, attore primo, invisibilmente
operante, è Dio, al quale è sottoposta ogni cosa, secondo il suo volere,
in obbedienza al suo comando. In questo sublime sacramento, devi dunque
credere più a Dio onnipotente che ai tuoi sensi o ad alcun segno
visibile; a questa realtà, istituita da Dio, ti devi accostare con
reverenza e con timore. "Rifletti su te stesso" e considera di chi sei
stato fatto ministro, con l'imposizione delle mani da parte del vescovo
(1Tm 4,16.14). Ecco, sei stato fatto sacerdote e consacrato per
celebrare. Vedi, dunque, di offrire il sacrificio a Dio con fede, con
devozione, e al tempo conveniente; vedi di offrire te stesso,
irreprensibile. Non si è fatto più leggero il tuo carico; anzi sei ormai
legato da un più stretto vincolo di disciplina e sei tenuto a una
maggiore perfezione di santità.
- Il sacerdote deve essere ornato di
ogni virtù e offrire agli altri l'esempio di una vita santa; abituale
suo rapporto non sia con la gente volgare secondo modi consueti a questo
mondo, ma con gli angeli in cielo o con la gente santa, in terra. Il
sacerdote, rivestito delle sacre vesti, fa le veci di Cristo,
supplichevolmente e umilmente pregando Iddio per sé e per tutto il
popolo. Egli porta, davanti e dietro, il segno della croce del Signore,
perché abbia costante ricordo della passione di Cristo; davanti, sulla
casula, porta la croce, perché guardi attentamente a quelle che sono le
orme di Cristo, e abbia cura di seguirla con fervore; dietro è pure
segnato dalla croce, perché sappia sopportare con dolcezza ogni
contrarietà che gli venga da altri. Porta davanti la croce, perché
pianga i propri peccati; e la porta anche dietro, perché pianga
compassionevolmente anche i peccati commessi da altri, e sappia di
essere stato posto tra Dio e il peccatore, non lasciandosi illanguidire
nella preghiera e nell'offerta, fin che non sia fatto degno di ottenere
grazia e misericordia. Con la celebrazione, il sacerdote rende onore a
Dio, fa lieti gli angeli, dà motivo di edificazione ai fedeli, aiuta i
vivi, appresta pace ai defunti e fa di se stesso il dispensatore di
tutti i benefici divini.
Capitolo VI
INVOCAZIONE PER
PREPARARSI ALLA COMUNIONE
Parola del discepolo
Quando considero, o Signore, la tua
grandezza e la mia miseria, mi metto a tremare forte e mi confondo. Ché, se
non mi accosto al sacramento, fuggo la vita; e se lo faccio indegnamente,
cado nello scandalo. Che farò, o mio Dio, "mio aiuto" (Is 50,7) e mia guida
nella mia miseria? Insegnami tu la strada sicura; mettimi dinanzi una
opportuna, breve istruzione per la santa Comunione; giacché è buona cosa
conoscere con quale devozione e reverenza io debba preparare il mio cuore a
ricevere con profitto il tuo sacramento e a celebrare un così grande, divino
sacrificio.
Capitolo VII
L'ESAME DI COSCIENZA
E IL PROPOSITO DI CORREGGERSI
Parola del Diletto
- Sopra ogni cosa è necessario che il sacerdote
di Dio si appresti a celebrare, a toccare e a mangiare questo sacramento
con somma umiltà di cuore e supplice reverenza, con piena fede e devota
intenzione di dare gloria a Dio. Esamina attentamente la tua coscienza;
rendila, per quanto ti è possibile, pura e luminosa per mezzo del
sincero pentimento e dell'umile confessione dei tuoi peccati, cosicché
nulla di grave tu abbia, o sappia di avere, che ti sia di rimprovero e
ti impedisca di accedere liberamente al Sacramento. Abbi dispiacere di
tutti i tuoi peccati in generale; e maggiormente, in particolare, abbi
dolere e pianto per le tue colpe di ogni giorno. Se poi ne hai il tempo,
confessa a Dio, nel segreto del tuo cuore, tutte le miserie delle tue
passioni. Piangi e ti rincresca di essere ancora così legato alla carne
e al mondo; così poco mortificato di fronte alle passioni e così pieno
di impulsi di concupiscenza; così poco vigilante su ciò che percepiscono
di fuori i sensi, così spesso perduto dietro a vane fantasie; così
fortemente inclinato verso le cose esteriori e così poco attento a ciò
che è dentro di noi; così facile al riso e alla dissipazione e così
restio al pianto e alla compunzione; così pronto alla rilassatezza e
alle comodità materiali, così pigro, invece, al rigore e al fervore;
così avido di udire o vedere cose nuove e belle, e così lento ad
abbracciare ciò che è basso e spregevole; così smanioso di molto
possedere e così tenace nel tenere per te; così sconsiderato nel parlare
e così incapace di tacere; così disordinato nella condotta e così
avventato nell'agire; così profuso nel cibo; così sordo alla parola di
Dio; così sollecito al riposo e così tardo al lavoro; così attento alle
chiacchiere, così pieno di sonno nelle sacre veglie, compiute
distrattamente affrettandone col desiderio la fine; così negligente
nell'adempiere alle Ore, così tiepido nella celebrazione della Messa,
così arido nella Comunione; così facilmente distratto, così di rado
pienamente raccolto in te stesso; così subitamente mosso all'ira, così
facile a far dispiacere agli altri; così proclive a giudicare, così
severo nell'accusare; così gioioso quando le cose ti vanno bene e così
poco forte nelle avversità; così facile nel proporti di fare molte cose
buone, ma capace, invece, di realizzarne ben poche.
- Confessati e deplorati, con dolore e
con grande amarezza per la tua fragilità, questi e gli altri tuoi
difetti, fa' il fermo proponimento di correggere per sempre la tua vita
e di progredire maggiormente. Dopo di che, rimettendo a me completamente
ogni tua volontà, offri te stesso sull'altare del tuo cuore, a gloria
del mio nome, sacrificio perpetuo, affidando a me con fede il tuo corpo
e la tua anima; cosicché tu ottenga di accostarti degnamente ad offrire
a Dio la Messa e a mangiare il sacramento del mio corpo, per la tua
salvezza. Non v'è dono più appropriato; non v'è altro modo per
riscattare e cancellare pienamente i peccati, all'infuori della totale e
perfetta offerta di se stessi a Dio, nella Messa e nella Comunione,
insieme con l'offerta del corpo di Cristo. Se uno farà tutto quanto gli
è possibile e si pentirà veramente, ogni volta che verrà a me per
ottenere il perdono e la grazia, "Io vivo, dice il Signore, e non voglio
la morte del peccatore, ma che si converta e viva" (Ez 33,11): "giacché
più non mi ricorderò dei suoi peccati" (Eb 10,17), ma tutti gli saranno
rimessi.
Capitolo VIII
L'OFFERTA DI CRISTO
SULLA CROCE E LA DONAZIONE DI NOI STESSI
Parola del Diletto
Con le braccia stese sulla croce,
tutto nudo il corpo, io offersi liberamente me stesso a Dio Padre, per i
tuoi peccati, cosicché nulla fosse in me che non si trasformasse in
sacrificio, per placare Iddio. Allo stesso modo anche tu devi offrire a me
volontariamente te stesso, con tutte le tue forze e con tutto il tuo
slancio, dal più profondo del cuore, in oblazione pura e santa. Che cosa
posso io desiderare da te più di questo, che tu cerchi di offrirti a me
interamente? Qualunque cosa tu mi dia, fuor che te stesso, l'ho per un
nulla, perché io non cerco il tuo dono, ma te. Come non ti basterebbe avere
tutto, all'infuori di me, così neppure a me potrebbe piacere qualunque cosa
tu mi dessi, senza l'offerta di te. Offriti a me; da te stesso totalmente a
Dio: così l'oblazione sarà gradita. Ecco, io mi offersi tutto al Padre, per
te; diedi persino tutto il mio corpo e il mio sangue in cibo, perché io
potessi essere tutto tuo e perché tu fossi sempre con me. Se tu, invece,
resterai chiuso in te, senza offrire volontariamente te stesso secondo la
mia volontà, l'offerta non sarebbe piena e la nostra unione non sarebbe
perfetta. Perché, se vuoi giungere alla vera libertà e avere la mia grazia,
ogni tuo atto deve essere preceduto dalla piena offerta di te stesso nelle
mani di Dio. Proprio per questo sono così pochi coloro che raggiungono la
luce e l'interiore libertà, perché non sanno rinnegare totalmente se stessi.
Immutabili sono le mie parole: se uno non avrà rinunciato a "tutto, non
potrà essere mio discepolo" (Lc 14,33). Tu, dunque, se vuoi essere mio
discepolo, offriti a me con tutto il cuore.