Era presente la scorsa estate a
Medjugorje per raccontare ai giovani accorsi per il festival la sua incredibile
avventura:quella di prestare il suo corpo a Gesù Cristo per un film“La
Passione di Cristo” che sarebbe
stato visto da quaranta milioni di persone in tutto il mondo (tanti gli
spettatori fino alla Pasqua;una cifra tuttavia destinata sicuramente a salire).
Ancora non si sapeva che tutto il mondo avrebbe parlato dell’evento
straordinario che l’aveva coinvolto; e proprio lì, nella terra benedetta, Jim
Caviezel ha presentato ai giovani quello di cui i giornali e i media, i teologi
e la gente comune, i credenti e gli agnostici, i cristiani e gli ebrei, e molti
altri ancora avrebbero scritto, parlato, discusso e dissertato… Chi a favore,
chi contro; chi ammirato, chi disgustato; chi confermato nella propria fede, chi
disturbato da una verità che svela la propria menzogna. Insomma, il film “La
Passione di Cristo” è stato e continua ad essere sulla bocca di tutti. “Sono
arrivato a questa parte attraverso Medjugorje, attraverso la Madonna. Durante la
preparazione ho utilizzato tutto quello che Medjugorje mi ha insegnato”,
racconta il protagonista in un’intervista. “Il regista, Mel Gibson, ed io
andavamo insieme alla Messa ogni mattina. Nei giorni in cui non potevo andare,
facevo almeno la comunione. Avevo sentito dire che il Papa si confessava tutti i
giorni e pensai che anch’io dovevo confessarmi più spesso. Non volevo che
Lucifero potesse esercitare un controllo su quello che facevo. Per questo ho
anche digiunato…”
La corona del rosario tra le mani nella pausa delle riprese, l’Eucaristia
quotidiana che ogni mattina si celebrava sul set, le reliquie dei santi e della
Croce cucite nella tunica: “Il veggente Ivan e sua moglie Laureen mi hanno dato
un pezzettino di Croce. La porto sempre con me. Proprio per questo sui miei
vestiti è stata realizzata una speciale tasca. Porto con me anche le reliquie di
Padre Pio, di S. Antonio di Padova, di S. Maria Goretti e di S. Denis, il
protettore degli attori”.
Questi gli strumenti con i quali Jim ha affrontato il ruolo impegnativo degli
ultimi istanti di Cristo in terra, l’Ora della sua Passione. “Credo che questo
film sia stata anche la mia passione”, continua l’attore americano. “Ho dovuto
lottare contro il freddo, contro i crampi, contro il mal di testa che mi
procurava la corona di spine. Ho dubitato della mia fede… Poi ho capito che non
avrei potuto rappresentare il dolore senza soffrire veramente…”
Sebbene sia stato già utilizzato moltissimo inchiostro a commento di questo film
e si rischia di apparire ripetitivi, non potevamo tacere queste parole. Perché è
doveroso sottolineare la tonalità di fede con il quale questo film è stato
pensato, affrontato e vissuto dai protagonisti, che non potevano rimanere
estranei allo spessore di vita che tutto questo comportava. Una troupe e un cast
multiformi, composti da gente di diversi paesi e convinzioni: “È un film che
inneggia all’amore, alla tolleranza… Non ho avuto un momento di esitazione”
racconta l’attore. “Gibson più volte mi ha detto che rischiavo, che c’era la
possibilità che dopo questo film nessuno mi avrebbe fatto più lavorare a
Hollywood. Gli ho risposto che ero un credente e che tutti devono portare una
croce… Non avevo idea di quanto avrei dovuto pregare durante il film per
riuscire a mantenere la prospettiva giusta… Pregavo anche che dietro il trucco
gli spettatori non vedessero più me ma il volto del Messia, di Gesù Cristo”.
Il fascino di Gesù è indiscusso. Quasi tutti, da duemila anni, si sentono in
qualche modo attratti da Lui, sebbene l’uomo si arroghi costantemente il diritto
di stabilire come Dio debba mostrarsi al suo cospetto. Anche questa volta Cristo
è stato “pietra d’inciampo” per chi si è sentito interiormente provocato a
rispondere all’evidenza che il Figlio di Dio si è fatto carne, e che ha
sopportato umilmente una crudele passione pur di consumare fino in fondo il
proprio sacrificio da offrire al Padre.
Troppa violenza, troppo sangue, troppo di tutto, è stato detto. Il fatto è che
ancora una volta la Verità ha operato una divisione, non tanto nelle menti,
quanto nei cuori. Di fronte a questo estremo atto di amore, l’uomo si chiede se
accettare un “fallito”, distrutto nel corpo e annoverato tra i malfattori, o se
invece desidera per sé un Dio ideale, operatore di miracoli, panacea per tutti i
nostri mali e pronto esecutore di ogni nostra richiesta. In sostanza, un
Dio-caramella… La paura di essere noi stessi coinvolti ci fa indietreggiare e
preferiamo sublimare l’idea della redenzione per sfuggire al pericolo di essere
chiamati a farne parte, a versare cioè noi stessi il sangue per “completare
nella carne quello che manca ai patimenti di Cristo” (cfr. Col 1,24).
Allora si accusa: il film non è fedele al vangelo, non è un trattato teologico,
non rispetta gli ebrei, non… No, il film non è quello che noi vogliamo che sia,
ma ha il merito di mostrare a tutto il mondo, a forti tinte, l’amore di Cristo
per noi, che resiste fino all’ultimo respiro all’attacco del Maligno rifiutando
di usare il male per difendersi: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la
sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai
suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53, 7). Fece quindi ciò che dovremmo
fare anche noi, come suggerisce s. Paolo: “Non lasciarti vincere dal male, ma
vinci con il bene il male” (Rm 12, 21). Non è un film da guardare, è
un’esperienza viva che si fa contemplare, che ti chiude la bocca e che si
colloca dentro di te per poi riemergere pian piano, dispiegando i diversi piani
di lettura di quel tremendo e santo venerdì di Passione.
Il tradimento dei compagni di Gesù, l’intima unione con la Madre Maria, il
duello combattuto con il vero responsabile del crimine - satana… “Una delle cose
che spero maggiormente per questo film” confessa il regista, “è che quando il
pubblico uscirà dalla sala, avrà il desiderio di porsi più domande”. Egli stesso
ha voluto “firmare” il film in un modo originale: era di Mel Gibson la mano che
conficca il chiodo nel palmo di Gesù. Un modo per “firmare” anche la sua morte,
come per dire: anch’io l’ho crocifisso. Molto ha contribuito a fare di questo
film un capolavoro: la fedeltà ai vangeli, arricchita da alcuni elementi
estratti dalle visioni della mistica Anne Catherine Emmerich, vissuta alla fine
del ‘700; le atmosfere create da luci e colori, ispirati alle tele del Caravaggio; l’uso delle lingue del tempo di Gesù - l’aramaico e il latino - che
hanno reso la visione ancora più realistica e pregnante; la bravura degli
attori, catturati in un ruolo che ha sorpreso loro stessi… “Sul set - ha scritto
Vittorio Messori - è avvenuto assai più di quanto non si sappia, molto resterà
nel segreto delle coscienze: conversioni, liberazioni dalle droghe,
riconciliazioni tra nemici, abbandono di legami adulterini, apparizioni di
personaggi misteriosi. Due fulmini si sono abbattuti sul set, di cui uno ha
colpito la croce…”.
Non è nato per riscuotere successo, ma per scuotere le coscienze. Hanno tentato
di bloccarlo sul nascere scatenando polemiche di ogni genere, ma forse, nel
silenzio dei cuori sta facendo nascere nuovi uomini alla fede. “Ogni spettatore
- scrive Andrea Morigi - conserva tutta la libertà del suo punto di vista. Scena
dopo scena, a mano a mano che Cristo si trasforma nell’uomo della Sindone, si
può guardarlo come Giuda, disperato per averlo tradito, oppure prenderlo per
matto, il che non esclude la possibilità di fustigarlo e inchiodarlo alla croce.
Oppure soffrire con lui. I personaggi della narrazione coprono già tutta la
gamma degli atteggiamenti e delle reazioni possibili…”. È quello che afferma la
moglie del protagonista, frequente pellegrina anche lei a Medjugorje: “Quando ho
visto per la prima volta la croce su di lui, truccato, non sembrava mio marito,
ma Gesù. Era così realistico che sembrava davvero di vedere il Cristo: alcuni
erano pieni di rispetto, altri indifferenti ed altri ancora lo prendevano in
giro. È accaduto ad entrambi: abbiamo capito nel nostro piccolo come poteva
essere…”. Al di là dei commenti e delle critiche, delle approvazioni o delle
accuse, vediamo come il Crocifisso ancora oggi non ci “lascia in pace”. E meno
male, così che sconvolgendo i nostri schemi e le nostre aspettative Egli possa
creare in noi lo spazio per la pace vera.Quella che nasce dalla Verità e
dall’Amore, e non dalle idee.
Stefania Consoli Eco di Maria nr.175